A quasi un decennio di distanza dal suo esordio, Jenkins partorisce un’opera che lo allontana decisamente dal mumblecore e lo avvicina sempre più a una sorta di Spike Lee 2.0: il colore della pelle non è più il problema principale e le nuove sfide sono prettamente sociologiche, non razziali. Tre punti di vista diversi, tre protagonisti altrettanto bravi e un’unica storia che li lega insieme allo spettatore, grazie a una regia calda e intimistica.

RSVP: “Medicine for melancholy“, “Fruitvale Station“.

Voto: 7/8. Moonlight

Test di Bechdel: negativo.